Meraviglie cellulari

29 09 2009

African mobile providers - courtesy The Economist

E’ il 2025. Siete a cena in famiglia quando la vostra primogenita quindicenne comincia a farvi alcune domande sui primi anni del ventunesimo secolo, per una ricerca che deve scrivere a scuola. Il titolo è: “Qual è l’evento più importante dei primi 10 anni del secolo?”.

Ci pensate su un po’, scorrendo le opzioni nella vostra testa. L’11 settembre… La guerra in Iraq… La crisi finanziaria… L’emergere di una nuova coscienza ecologica… Poi sorridete scuotendo la testa. La risposta è ovvia: la diffusione dei telefoni cellulari nei paesi in via di sviluppo.

E’ quasi impossibile valutare adesso l’impatto che questo evento sta avendo su miliardi di vite. Ci sono alcuni studi, frammentati, e una sensazione diffusa: mai tante vite sono state cambiate così radicalmente da un oggetto tanto piccolo. Ce ne parla in un reportage di questa settimana l’Economist, e gli fa eco la Banca Mondiale. E i torinesi di Putting People First (sempre all’avanguardia in queste cose) ci dedicheranno molte riflessioni nei prossimi giorni. Ma i numeri, per quanto difficili da visualizzare, parlano da soli: 4 miliardi di nuovi utenti nei paesi in via di sviluppo dal 2000 ad oggi, con rate in costante accelerazione. 15 milioni di nuovi utenti nella sola India ogni mese.

E mentre noi ci culliamo nel lusso di nuove suonerie, per i poveri del mondo questi nuovi cellulari significano preziosi consigli via SMS su come coltivare in maniera più produttiva, come curarsi da malattie infettive, come trasferire denaro ad un parente senza rischiare viaggi pericolosi o strozzini prestasoldi. Significano un aumento del PIL per persona dello 0,8% ogni 10 punti di aumento in percentuale d’utenza. Significano una rivoluzione socio-economica senza pari nella storia dell’umanità, maggiore dell’invenzione della stampa e della rivoluzione industriale.

Vostra figlia vi ringrazia felice. La ricerca le varrà un bel 10 in pagella.





Social Media in Iran, da Twitter a Persepolis 2.0

25 08 2009

persepolis 20

Dalla rivoluzione del 1979 alle proteste del giugno 2009 per la discussa elezione di Ahmadinejad. E’ Persepolis 2.0, fumetto “rivisitato” da due esuli iraniani (pubblicitari, vivono e lavorano a Shanghai) che si firmano come  Payman&Sina. “Sina e Payman mi hanno contattato e ho dato loro la mia benedizione”, afferma Marjane Satrapi la disegnatrice del Persepolis originale, la quale non ha preso parte all’iniziativa (Fonte: La Repubblica).
Una decina di pagine in pdf che potrete leggere qui

“Come hanno potuto contare più di 40 milioni di schede in meno di 24 ore?”..





I G8 come Nerone, mentre il mondo brucia

8 07 2009

OXFAM_620Foto: Afp

Mentre il mondo brucia alle loro spalle, i “grandi” sono indifferenti: è l’niziativa dimostrativa di Oxfam e Ucodep al Circo Massimo di Roma, per denunciare i fallimentari risultati ed i mancati impegni assunti a favore dei Paesi in via di sviluppo. Le azioni dimostrative “creative” si stanno moltiplicando in numero e forma. Sarebbe interessante segnalarci cosa avviene in giro per il mondo in tal senso, e raccogliere dalla blogosfera le immagini più incisive, di maggiore impatto e significato; che siano di ispirazione per gli innovatori sociali che traducono questi messaggi e princìpi in risposte e pratiche quotidiane..





Terrafutura 2009

28 05 2009

Si apre domani a Firenze la VI edizione di Terrafutura, quest’anno resa ancora piu’ importante dalla crescente crisi che sta colpendo il mondo economico e finanziario:

“Costruire reti di relazioni, di pensiero e di buone pratiche, per dimostrare che sono possibii modelli di sviluppo non fondati su parametri quantitativi, sul consumo delle risorse naturali non rinnovabili, che creano squilibri sociali e nuove povertà, bensì un imperativo morale ma oggi, di fronte alla crisi globale che il pianeta sta attraversando, è diventata una necessità legata alla sopravvivenza dell’ecosistema.”

Nel 2008 i numeri erano questi: oltre 94.000 visitatori, 550 aree espositive con più di 5000 enti rappresentati; 160 eventi culturali e 850 relatori presenti, fra esperti e testimoni di vari ambiti di livello internazionale.

Quest’anno – noi di The Hub ne siamo certi – ce ne saranno molti di piu’! Tra cui noi domani! Se ci siete, battete un colpo: tre quattro zero tre sette cinque sette sei sei otto!





Note da Tällberg

1 07 2008

Dal 26 al 29 giugno, l’Hub si è unito a decine di pensatori e leaders da 70 paesi diversi che si sono recati a Tällberg, in Svezia, per dare una risposta alla domanda: “Come possiamo vivere insieme? Alla ricerca di un significato comune”. Al cuore delle discussioni intavolate, le sfide globali che – secondo i promotori dell’evento – emergono dalla crescente sconnessione tra uomo e natura.

Durante l’evento, gli organizzatori hanno riflettuto su come creare sistemi che portino ad una maggiore sostenibilità globale in tutti i settori di rilievo: i governi, le instituzioni globali, la società civile, i mercati finanziari, il settore del business, la filantropia e la tecnologia informatica.

Il messaggio che è uscito da queste conversazioni: business-as-usual non basta. Piccole modifiche a questo sistema economico globalizzato ancorato al petrolio, con i suoi sistemi di governance vecchi 50 anni legati ad un concetto di stato-nazione antiquato, non sono sufficienti. Il mondo ha bisogno di nuove soluzioni, radicate nell’interdipendenza che ci lega e promosse da una leadership coraggiosa e integra.

Secondo la Fondazione Tällberg (ma anche per noi dell’Hub), nuove idee stanno sorgendo tutt’intorno a noi. Si tratta di aiutarle a prendere il volo, rompendo quegli schemi che ne soffocano il nascere. Eventi come quello dello scorso fine settimana sono chiave per consentire a nuove idee di nascere. Spazi come l’Hub sono necessari alla loro crescita e al loro sviluppo.





Micro-finanza = micro-impatto?

13 06 2008

Jean-Michel Severino, direttore dell’Agence Française de Développement (AFD) nonché ex vice-direttore della Banca Mondiale, ha tenuto una conferenza il 9 giugno a Chatham House (Londra) intitolata “Official Development Assistance: a New Paradigm for a New Century”. Il suo argomento centrale è intrigante: gli aiuti internazionali in sostegno allo sviluppo dei paesi più poveri non sono altro che un sistema di previdenza e assistenza sociale su scala globale, in risposta agli effetti della globalizzazione.

Mentre alcuni paesi in via di sviluppo, spiega Severino, riusciranno – sulla base di una liberalizzazione dei mercati e del commercio – ad uscire dalla loro condizione d’indigenza, altri (soprattutto africani, post-bellici e senza sbocco al mare) avranno bisogno di molti decenni di welfare state globale per uscire dal tunnel.

Queste considerazioni rieccheggiano altre fatte da Severino sul sito di Ideas 4 Development, a proposito dell’impatto che può avere il microcredito sulle società in via di sviluppo:

“Dobbiamo valutare il microcredito per quello che è: un importante strumento nella lotta alla povertà, ma spesso con un impatto più sociale che economico, e certamente non una panacea assoluta. […] Non può da solo offrire opportunità d’investimento laddove non ce ne siano, né superare tutti gli ostacoli di natura geofisica, politica, culturale che impediscono ai paesi in via di sviluppo di emergere. Come dice il Professor Yunus, il microcredito può contribuire a cambiare le strutture del capitalismo. Ma non può rimpiazzare l’importanza d’investimento in educazione e sanità. Dovrebbe pertanto essere visto come una componente di una più vasta politica di assistenza sociale su scala globale.”

Il parallelo con il caso Italia è d’obbligo per noi che leggiamo queste frasi. Vale la pena chiedersi se possiamo tracciare dei paralleli con l’esperienza della Cassa del Mezzogiorno nel Sud del Paese, e valutarne gli aspetti positivi (ridistribuzione sociale, sostegno alle fasce più deboli, etc.) e quelli negativi (creazione di un clima di dipendenza, soffocamento dell’imprenditorialità, burocratizzazione, corruzione). Il rapporto Nord-Sud del mondo non è forse poi tanto differente.





Note sul Design Sostenibile @ Design Library

12 06 2008

Un po’ di live blogging dalla Design Library a Milano, dove si parla di design sostenibile con la collaborazione di Best Up, l’organizzazione di Giuliana Zoppis e Chiara Mantica sul bello e sostenibile nel mondo del design. Questa è la serata d’apertura dove si presentano i temi di una serie di conversazioni che si terranno nelle prossime settimane.

Ad aprire la serata, Gabriele Centazzo della Valcucine, un imprenditore progettista, secondo la deifinizione di Valerio Castelli, direttore della Design Library. Di fornte ai dati “oggettivi” sul degrado ambientale (Centazzo non sembra essere al corrente dei dibattiti sull’oggettività sostenuti da molti ecologi politici), Centazzo auspica un calcolo del costo ambientale di ogni prodotto, che includa quello che oggi “scontiamo” ma che invece è pagato dall’ambiente. Il suo argomento centrale è che eco-compatibilità non significa necessariamente solo riciclabilità, dematerializzazione o risparmio energetico, ma anche durabilità, qualità estetica e dunque altri fattori che spesso non sono presi in considerazione. Questo in considerazione anche della crescita socio-economica in paesi che finora erano in via di sviluppo ma presto saranno a tutti gli effetti società del consumo.

Perché questo succeda, è importante divulgare la conoscenza dell’eco-compatibilità nei settori chiave – politica, economia, società: solo attraverso una conoscenza collettiva possiamo arrivare a vera sostenibilità. Questo è un contraddizione con l’etica alla base del capitalismo: il consumo. Attrraverso una serie di vignette e qualche riferimento al mondo ideologico cattolico, Centazzo illustra questi temi che richiamano diversi studi critici sulla globalizzazione, dai radicali come Chomsky e David Harvey agli economisti come Wade. Tra le soluzioni che offre, la creatività, l’amore (sic!), o la bellezza (citando Solzhenitsyn che citava Dostoevski) come nuovi obbiettivi da contrapporre al consumo puro come canale che porti alla felicità.

Segue Giuliana Zoppis di Best Up, che si sofferna sul ciclo di vita del prodotto come traccia da seguire nella serie di incontri che sosterrà. Può la sostenibilità divetare il nuovo cavallo di battaglia del Made in Italy? La Zoppis fa alcuni esempi su come sostenibilità condivisa – lo scopo del loro network – possa portare a raggiungere nuovi traguardi di conoscenza. Partendo dall’esperienza di Best Up, apre il dibattito sul rapporto produttori, rivenditori, compratori – Verso il Negozio Sostenibile – in vista del Salone del Mobile, durante il quale si augura un consolidamento degli sforzi Best Up ed un radicamento progettuale, grazie all’auspicato sostegno del settore pubblico.

Un evento importante per promuovere un tema fondamentale per l’innovazione sociale a Milano e nel mondo.





Innovazione: collaborazione o imperialismo socio-economico?

20 05 2008

Una delle sessioni piu’ interessanti della conferenza Innovation Edge e’ intitolata Collaborative Innovation: Winner takes all?

La domanda che si pone la sessione e’: “Is innovation the saviour of the world or another way for the West to cement its leadership over the struggling developing world?“. In altre parole, questa ricerca per soluzioni socio-economiche che siano innovative ed imprenditoriali nascondono una nuova strategia per cementare la supremazia occidentale nei processi di sviluppo globale?

Vari interventi precedenti a questa sessione, in particolare quella di Sir Tim Berners-Lee, suggeriscono che innovazione e collaborazione procedono mano in mano. Non si puo’ pensare ad innovazione senza un senso di aggregazione di molti diversi processi ed esperienze, spesso da settori completamente diversi. Questa posizione rieccheggia un articolo recentemente pubblicato sul New Yorker di Malcolm Gladwell – celebre autore di Tipping Point – che sostiene che invenzioni rivoluzionarie sono spesso piu’ il prodotto di un’epoca, che di un singolo individuo geniale.

Bob Geldof, di Live Aid memoria, apre la sessione rivisitando alcuni temi che gli sono cari: la necessita’ di promuovere una gloalizzazione inclusiva, che risani la profonda diseguaglianza che domina la fase corrente di supremazia neo-liberista, soprattutto in relazione all’Africa. Parla pertanto di innovazione sociale ed imprenditoria sociale come un imperativo morale coadiuvato dalla rivoluzione tecnologica ed informatica.

Geldof fa alcuni esempi di nuove tecnologie mobili applicate a reali bisogni in Tanzania ed in Congo (vedi The Washington Post per alcuni esempi interessanti su questo tema in India). Per Geldof, innovazione deve essere inevitabilmente relazionata ai profondi processi di trasformazione socio-economica che chiamiamo globalizzazione per affrontare quei problemi di natura socio-economica che impediscono a milioni di persone di vivere una vita dignitosa e sicura.

Tutti i membri del panel – incluso Sam Pitroda – sembrano essere d’accordo sul fatto che innovazione in quest’era di globalizzazione deve essere collaborativa e aperta. Pitroda in particolare parla dei 4 grandi settori dove vedremo enormi passi in avanti grazie a processi d’innovazione: ambiente, trasporti, educazione e salute, tutti settori in cui tutti i paesi hanno pu’ ragioni per collaborare che per competere. Helen Alexander sostiene in particolare che le grosse corporazioni globali abbiano maggiore interesse a rompere le barriere competitive tra paesi a loro vantaggio, perche’ mercati aperti e collaborativi sono piu’ facili da dominare di mercati chiusi e competitivi.

Tuttavia, nessuno degli speaker sembra aver risposto alla domanda originale della sessione: come riconciliare innovazione e sviluppo internazionale. Promuovere innovazione e competizione presuppone un ambiente ricco in risorse intellettuali, e nella corrente fase di irrigidimento sulle regolamentazioni internazionali (TRIPS) sulle proprieta’ intellettuali, e’ difficile vedere come innovazione e sviluppo internazionale possano realmente andare mano in mano. Questa posizione celebrativa sulla supposta collaborazione che dominera’ il futuro dell’innovazione non sembra tenere conto dei piu’ sottili aspetti che si oppongono a questo, e che sono legati al commercio internazionale, alle proprieta’ intellettuali, ai regolamenti internazionali (o alla loro assenza) in materia di flussi di capitali e d’impatto ambientale.

E’ chiaro che dobbiamo fare ancora molta strada, soprattutto a livello di politiche globali, per promuovere un’innovazione che sia veramente inclusiva.