L’ambientalismo 2.0

19 10 2009

noimpact-film-329x488-custom

La condivisione in rete delle possibili soluzioni ai grandi temi, quali cambiamento climatico, povertà, accesso alle risorse di base,informazione ecc. non è tema nuovo. La proliferazione di ambienti di discussione, social network e sistemi peer to peer è evidente. Ambiziosi ed originali sono invece le modalità ed i processi con i quali questi si declinano.

In termini di “vita ad impatto zero”, Floriana Ferrando riprendeva ad inizio Ottobre alcune esperienze interessanti nate in USA, dalle quali forse anche i movimenti italiani potrebbero imparare qualcosa;

La prima è change.org, piattaforma d’informazione su diritti umani e imprenditoria sociale, con sezioni dedicate a job seekers, campaining e fund raising di progetti. I tantissimi tentativi fatti in Italia per uniformare i portali di accesso alle informazioni di movimentismo scoraggiano dall’intraprendere la stessa strada, anche se denunciano una lacuna da colmare.

creative citizen è invece un sito con proposte per il risparmio energetico formulate dalla community “creativa”, un luogo in cui le persone possono facilmente trovare i modi per risparmiare denaro, tutelare l’ambiente e vivere bene. Raccoglie le volontà di tantissimi aderenti attorno ad una singola azione e spesso raggiunge importanti risultati.

Un ruolo simile lo gioca celsias, simile a Creative Citizen, ma apparentemente più “corporate”, con oltre 200 organizzazioni registrate (tra cui Disney, Sun Microsystems, WWF, Columbia University, The University of Auckland, New Zealand Post and Ausra Solar Technologies). Il suo obiettivo è quello di aiutare gli individui, le aziende e le organizzazioni ad organizzare cose concrete per combattere il cambiamento climatico.

Sull’onda di queste nuove forme di sensibilità e partecipazione il 18 ottobre a New York parte il No impact project, la proposta di una settimana ad impatto zero. Gli ideatori, una giovane coppia e la loro bimba piccola, l’hanno fatto per 365 giorni! Dando vita ad un manuale, un libro ed una piattaforma on line.

Per scaricare il manuale, clicca qui

Potreste provare l’inizitiva perché:
-siete degli ambienatalisti radicali;
-volete cambiare il mondo, credete sia possibile e questa è una delle vie praticabili;
-siete “in bolletta”;
-siete annoiati della vostra vita coniugale.
…A voi la scelta!

da Finansol.it e HubRoma.net

Advertisements




Buone pratiche di finanza etica in UK

22 03 2009

bank_job-locandina

Nel “Money. Otesha Project Uk Handbook” dell’impresa sociale Otesha (già analizzato in questo blog), Erica si dedica ad una rapida descrizione di alcune buone pratiche di finanza tica (una addirittura di una un’università scozzese!), capaci magari di stimolare idee e confronti con le esperienze italiane

La “Co-operative Bank”

Pioniera nell’adozione di parametri etici nella gestione degli investimenti (dal 1992), è l’unica “UK Clearing Bank” che ha reso pubbliche le proprie relazioni finanziarie, dichiarando con chi sarà in affari e con chi non entrerà mai in contatto (Co-operative Financial Services)

La “Edinburgh University People & Planet Ethical Investment Campaign”
L’Università di Edinburgo possiede azioni per un valore di 160 milioni di sterline.
Nel 2002, a seguito delle pressioni di un gruppo di studenti, l’Università rese pubbliche le proprie relazioni di sostegno finanziario a compagnie attive nel commercio e produzione di armi, coinvolte in  disastri ambientali, sfruttamento dei minori ecc. Nacque il “People & Planet Ethical Investment Campaign”, il cui fine – con la collaborazione di Westminster del Parlamento Scozzese – fu indirizzare il fondo azionario dell’Università di Edinburgo verso investimenti “responsabili”.
Dall’estate del 2003, i rappresentanti degli studenti partecipano a tutte le decisioni strategiche, quindi alle assemblee degli azionisti, con potere di voto.
La stessa esperienza è stata replicata alla St Andrews University, così come in altre università britanniche.

Il “Freecycle”
Altra buona pratica è quella del “Freecycle”, un network globale di comunità basate sullo scambio gratuito. Partita nel 2003 in Tucson, Arizona, quando Deron Beal, dipendente di una piccola imprese di riciclaggio, realizzò che molte imprese sociali locali avrebbero potuto riutilizzare parte dei beni inutilizzati ed in buono stato. Oggi il Freecycle Network si compone di 4.080 organizzazioni provenienti da tutto il mondo.

La “MyBnk”
Nel luglio 2006, la ventiseienne Lily Lapenna avviò una banca “inusuale”: “creata dai giovani e dedicata a giovani imprenditori” il cui motto fu “MyBnk, my money, our future”. Target preferenziali furono inizialmente studenti e giovani senza casa. Lavorando a contatto con questi, lo staff di MyBnk decise di ribaltare il rapporto banca-giovane risparmiatore: anziché lasciare alle banche il compito di operare investimenti col denaro dei giovani “correntisti”, questi ultimi possono “far compere” per loro. MyBnk ha favorito una maggiore sensibilizzazione ed alfabetizzazione in termini di CSR, impatto ambientale, facilitazioni sull’internet banking, rendendo capaci le giovani generazioni di risparmiatori nell’indirizzare le proprie decisioni d’investimento verso pratiche di finanza etica e di supporto di iniziative solidali (da parte di charity ed imprese sociali).

Il “Social lending”
Prestiti e risparmi tra persone in alternativa all’intermediazione bancaria. Uno degli aspetti di maggior interesse è l’emergere di siti internet sul “social lending”. Uno di questi è quello di Zopa da poco presente anche negli USA ed in Italia. E’sufficiente andare sul sito, inserire le specifiche relative all’iniziativa da finanziare, e chiunque interessato potrà “credere” nell’iniziativa e divenirne finanziatore..e magari socio.

Piccoli suggerimenti di Erica
–    Chiedi alla tua banca di esporti la propria politica ambientale ed etica; se non ce l’hanno, chiedi loro il perché;
–    preferisci una banca etica, una banca cooperativa o una charity bank, obbligati per statuto nel garantirti investimenti etici;
–    chiedi di ricevere i resoconti delle movimentazioni del tuo conto in formato elettronico, piuttosto che via posta ed in formato cartaceo;
–    nella scelta della carta di credito, preferisci la banca che lega parte dei propri profitti ad organizzazioni nonprofit ed imprese sociali (in Gran Bertagna Oxfam, in Canada le “citizens bank visa cards”)
–    organizza gli “swishing party” con amici per “accedere” a vestiti eleganti, evitando di contrarre debiti e rate.





6 miti del denaro in UK: come scegliere, se proprio dobbiamo, la nostra banca

22 03 2009

“Ah, money. Sadly the world isn’t a safe enough place to keep it all stashed away under our attresses, so most of us have to resort to using banks.”
Così si apre “Money. Otesha Project Uk Handbook”, un manualetto di meno di 30 pagine di sensibilizzazione al risparmio “consapevole” e responsabile. Di semplicissima lettura, prodotto da Otesha, una charity con sede a Londra, ci guida, in compagnia di Sara (studentessa in economia) ed Erica (giovane laureata in economia), nel viaggio di una “neo-risparmiatrice” alla ricerca di un investimento “etico” e di una banca “responsabile” e “trasparente” in Gran Bretagna. Una banca capace di intercettare le loro esigenze informative (semplici quesiti, quali: dove vanno i miei risparmi? cosa c’è dietro ai numeri ed alle figure che mi presentate?) e “vocazionali” (ad es.: vorrei che il mio denaro non fosse utilizzato per sostenere dittature in paesi in via di sviluppo o il commercio d’armi).
Area d’indagine è il sistema del credito in Gran Bretagna, da sempre protagonista (nel bene e nel male) del teatro della finanza internazionale e sede, con Londra della promettente iniziativa della Social Stock Exchange.

bank-emergency
La prima parte dell‘handbook è dedicata alla elencazione di sei “miti del denaro”; nella sua ricerca Sara individua:
–    una sola banca che ha avviato una “ethical policy” riguardo alla gestione degli investimenti (EIRIS, 2003, per maggiori info: EIRIS. Guide to Resposible Banking. Retrieved December 18, 2007);
–    tre banche (HSBC, Barclay’s e Lloyd’s) che continuano a detenere il debito dei Paesi in via di sviluppo (EIRIS, 2003);
–    tre infine il numero delle banche (indovinate un pò: HSBC, Barclay’s e Lloyd’s) in Gran Bretagna che operano  in paesi in cui vigono regimi oppressivi e violazioni dei diritti umani (EIRIS, 2003).

I MITI DEL DENARO

Mito n.1: Le banche non sono consapevoli dei loro investimenti in compagnie “unethical”
Le triangolazioni e gli scambi sulle varie “piazze” finanziarie portano le banche ad investire in qualsiasi attività che possa portare alla massimizzazione della redditività degli impieghi (il denaro dei risparmiatori) senza tener conto degli impatti che queste hanno sul territorio e sull’economia tutta, contravvenendo in molti casi alla Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, all’insaputa dei risparmiatori disinteressati o poco attenti.

Mito n.2: Come singolo, non posso incidere nel cambiare la policy della mia banca
Nel passato in Gran Bretagna ci sono già state esperienze di successo di pressione popolare verso compagnie “irresponsabili” . Ad oggi è possibile registrare un gran numero di banche che hanno aderito alla cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo  (ad eccezione delle già citate Barclay’s, HSBC e Lloyd’s).
Chi lo dice che per far soldi non si possa perseguire un comportamento responsabile ed etico?

Mito n.3: Quando le banche prestano denaro, suppongono che saremo capaci di restituire loro l’intero ammontare
Ovviamente nessuno può garantire sulla restituzione, completa e regolare, di quanto prestato. Quando infatti non si rispetta quanto concordato nei tempi e nell’ammontare, le banche cominciano a maturare interessi.  Ad oggi in Gran Bretagna:
–    Il debito personale dei britannici verso le banche supera i 1.355 miliardi di sterline (BBC. Retrieved December 18, 2007);
–    Il tasso annuale d’interesse sulle carte di credito è tra il 15 ed il 20%;
–    Il tasso annuale d’interesse sulle carte prepagate è del 30%;
–    15 milioni di persone sono possessori di carte prepagate;
–    a Dicenbre 2007, 210.440 persone hanno dichiarato bancarotta (The independent. Retrieved December 18, 2007)
–    Gli Studenti entrati nell’università nel 2007, possono prevedere al completamento degli studi, un debito personale (in media) pari a 17.500 sterline (BBC, 2007).
Un’alternativa? Andare sul sito di MyBnk, impresa sociale londinese. Potreste, ad esempio, utilizzare la vostra carta di credito ed operare piccole donazioni (da parte della vostra banca) ad una charity (precedentemente identificata) ogni qual volta la carta viene utilizzata.

Mito n.4: Quindi, se le banche hanno vantaggio nell’offrire linee di credito, carte, altri strumenti finanziari, l’accesso al credito è garantito a chiunque
Sfortunatamente, anche questo si rivela un mito. Alle debolezze del sistema creditizio hanno risposto, in parte, le iniziative di microcredito. Sono pratiche orami consolidate quelle della  Grameen Bank in Bangladesh, di Accion International, di Fair Finance a Londra – in cui lavora il pugliese Riccardo -.
Quindi, qualora avessimo un surplus di liquidità, potremmo investirlo in programmi di microcredito (ad es. www.goodgifts.org) o nel sostenere la raccolta fondi di charity ed imprese sociali attive in iniziative di microcredito (ad es. Okfam, Unicef).

Mito n.5: Le banche sembrano istituzioni senza volto, sembrano tutte uguali
Le banche etiche e le banche cooperative potrebbero essere una valida alternativa. Nel 2005, erano presenti in 92 paesi, con oltre 157 milioni di associati. In Irlanda gran parte della popolazione si affida ad esse, così come in Nord America e per il 30% in Australia (World Council of Credit Unions Inc. ‘World Wide Credit Unions 2005 Statistical Report’, 2006).
In Gran Bretagna è possible associarsi alla Co-operative Bank, che presenta una politica chiara ed etica della gestione dei risparmi (Co-operative Bank Ethical Policy Statements. December 18, 2007); è possibile riferirsi alla Charity Bank, alla Triodos Bank una delle prime banche etiche in Europa; alla The Ecology Building Society; alla The Catholic Building Society.

Mito n. 6: Anche se il denaro è la causa di molti problemi, si rivela necessario per ogni nostra singola azione
Anche se può sembrare una follia, diverse pratiche in economie locali, basate sul baratto o su monete locali, hanno favorito (e stanno favorendo) una gestione “alternativa” del risparmio da parte dei cittadini di una comunità e degli stessi intermediari finanziari.
La prima moneta locale ha avuto i suoi natali nel 1991 a Ithica, New York. Qui ancora oggi gli imprenditori stabiliscono il valore dei loro prodotti e servizi sulla base di un numero di ore (o porzione di ora). I clienti possono acquistare gli stessi in moneta o in “Ithica hours”, ovvero con un mix dei due: ecco che il costo di un biglietto del treno per i residenti può consistere per una metà in cash e per l’altra in moneta locale, quindi ore da dedicare per una attività ritenuta “di valore” dalla controparte.
In Canada ad esempio, è presente un sistema similare, il Calgary Dollars, in UK invece si sono affermati i c.d. Local Exchange Trading Systems (LETS); circa 300 con 30mila associati (LETS Link UK. 2006). Si ricordano infine le Banche del tempo, la rete “Freecycle”, altri sistemi di “baratto commerciale”.

Altri parametri per premiare le banche a cui affidare i nostri risparmi, potrebbero consistere nel preferire di non ricevere i resoconti delle nostre movimentazioni per posta, bensì on-line, ovvero nel valorizzare le pratiche interne di risparmio energetico e di raccolta differenziata.





Intervista a Jacqueline Novogratz, fondatrice di Acumen Fund

16 03 2009

novogratzjacqueline

Mckinsey Quarterly ha appena pubblicato un’ interessante intervista con Jacqueline Novogratz, fondatrice di Acumen Fund, L’intervista e’ interamente in inglese, ma e’ disponibile (sempre in inglese) l’intero transcript.  

Jacqueline Novogratz e’ senza dubbio un esempio per chiunque sia interessato all’innovazione sociale. Quindi, qualora non vi bastasse l’intervista colgo l’occasione per segnalare anche il suo recente libro, “The Blue Sweater: Bridging the gap between rich and poor in an interconnected world“. Buona visione e buona lettura.





Cameriere? C’è della benzina nel mio caffè!

16 03 2009
courtesy: FotoAntologia.it via Giovanni Savastano

courtesy: FotoAntologia.it via Giovanni Savastano

Se mai siete incuriositi dal mondo della tecnologia applicata a soluzioni sempre più innovative alle sfide ambientali che ci circondano, The Economist pubblica ogni 3 mesi Technology Quarterly, una rassegna fondamentale sull’argomento. Al suo interno, 2 settimane fa, c’era un articolo molto interessante sul fatto che i fondi di caffè – che noi tutti buttiamo via (chi nella spazzatura, chi nel lavandino, a seconda della scuola di pensiero) – possano in realtà essere riutilizzati come fonte d’energia combustibile.

Che molti prodotti vegetali possano produrre biocombustibile non è una novità. La biomassa necessaria per produrre il biocombustibile deriva spesso da residui di colture agricole, potature, scarti di mercati ortofrutticoli e lavorazioni di falegnameria, dalla frazione “umida”, insomma, dei rifiuti solidi urbani, residui organici di stalle, allevamenti e industrie alimentari ecc. Ma sempre più spesso, si coltivano piante appositamente, come la canna da zucchero e la soia, per ottenere la preziosa biomassa.

Il problema con queste colture sta nella diminuzione di altre dedicate alla produzione di cibo. Con l’aumento di semine volte a soddisfare il crescente bisogno di biomassa è diminuita la produzione di prodotti agricoli per esportazione, soprattutto nei mercati emergenti. Il risultato è stato un ulteriore aumento dei prezzi per prodotti alimentari basilari quali il frumento e il mais. Per molti poveri, soprattutto urbani, in paesi in via di sviluppo, più biocombustibile spesso si traduce semplicemente in prezzi più elevati per alimenti nei mercati locali. Fino a 3 volte più cari, confessa la stessa Banca Mondiale.

La scoperta che i residui di caffè potrebbero sostituire biocombustibili ordinari è ottima. Da un lato, ci spiega The Economist, la lavorazione è piuttosto semplice quando paragonata alle altre biomasse. I resti di caffè generano fino al 15% del loro peso in biocombustibile: per produrre 1 gallone (3.7 litri) di combustibile ne occorrono pertanto 19-26 kg. Dall’altro, il costo è piuttosto ridotto, ed è pari a $1 per gallone circa (e siamo solo nelle fasi di ricerca iniziale: l’attivazione di economie di scala diminuirà ulteriormente il prezzo). Infine, l’odore generato dalla combustione dei residui è un piacevole aroma di caffè, a differenza dei biocombustibili a olio, che fanno puzzare tutto di fast-food.

Che aspettiamo? Data la quantità di caffè che già ci beviamo in Italia, potremmo essere il primo paese al mondo che può vantarsi di essere veramente dipendente da quell’espresso bevuto di prima mattina…!





Witness Journal 19 online

3 03 2009

Witness Journal 19

Online il 19esimo numero di Witness Journal, la bellissima rivista in rete di fotografia “importante” che cattura il meglio del fotogiornalismo di oggi in un formato di condivisione che piace molto a noi di The Hub.

Otto storie dal Centro America, Medio Oriente ma soprattutto Italia e l’intervista a Elio Colavolpe, Premio Antonio Russo 2008, dedicato ai giornalisti ed inviati che operano nei territori colpiti dalle guerra.

Non perdetevelo!





Pubblicati i risultati del Digital Youth Project

20 11 2008

Giunge al termine il progetto Digital Youth Project, uno studio di ricerca finanziato dalla MacArthur Foundation sul comportamento dei giovanissimi (americani) in rete. Le conclusioni sono intelligenti e fondamentali per chi vuole capire come relazionarsi alle nuove generazioni attraverso la rete. Al cuore delle conclusioni c’è l’idea che tutta la “roba di social networking” che i ragazzi fanno online è fondamentale nel loro processo formativo.

Gli autori della ricerca – tra cui l’eminente antropologa culturale e sociologa Mimi Ito – insistono su 3 aspetti fondamentali delle attività in rete dei ragazzi: hanging out (attività sociali slegate tra loro), messing around (gioco con i media, i network e la tecnologia) e geeking out (immersione in tematiche specifiche e creazione di comunità d’interesse). Per ciascuna categoria, Ito spiega quali tecniche d’interazione e formazione guidate da adulti ed educatori abbiano funzionato, e quali abbiano miseramente fallito.

Il tutto in rapporto di 55 semplici e chiare pagine, in aggiunta ad un riassunto di 2 pagine e ad un libro più completo che si intitola (appunto) Hanging Out, Messing Around, and Geeking Out: Kids Living and Learning with New Media.

Lo studio è stato definito da molte parti la migliore relazione sul comportamento dei giovani in rete, lontano anni luce dall’isteria giornalistica che parla solo di pedofili in rete e giovanissimi Internet-dipendenti.

Se vi interessano i giovanissimi e volete capire come si avvicinano alla tecnologia, questo studio fa per voi.