National Geographic su giardini e orti urbani

8 09 2009
Il municipio di Chicago

Il municipio di Chicago

National Geographic ha pubblicato poco prima dell’estate un servizio su giardini e orti urbani, o “tetti verdi” come li chiamano gli anglosassoni, questi rettangoli di terra che noi abbiamo rubato al suolo per costruire i nostri palazzi e ridonato al cielo svariati metri piu’ in alto!

Ad accompagnare l’articolo, National Geographic ha pubblicato delle bellissime immagini dei fotografi Diane Cook e Len Jenshel, tra cui quella in apertura del nostro post. Ne riportiamo alcune delle piu’ suggestive qui sotto, nella speranza che anche a Milano si cominci a immaginare un panorama di questo tipo!

Panorama di New York dal tetto dello studio architettonico Cook + Fox

Panorama di New York dal tetto dello studio architettonico Cook + Fox

Una fermata dellautobus a San Francisco; il tetto dellImperial Hotel a Tokyo

Una fermata dell'autobus a San Francisco; il tetto dell'Imperial Hotel a Tokyo

Una ex fabbrica a Londra, ora residenza eco-sostenibile dellarchitetto Justin Bere

Una ex fabbrica a Londra, ora residenza eco-sostenibile dell'architetto Justin Bere





Cameriere? C’è della benzina nel mio caffè!

16 03 2009
courtesy: FotoAntologia.it via Giovanni Savastano

courtesy: FotoAntologia.it via Giovanni Savastano

Se mai siete incuriositi dal mondo della tecnologia applicata a soluzioni sempre più innovative alle sfide ambientali che ci circondano, The Economist pubblica ogni 3 mesi Technology Quarterly, una rassegna fondamentale sull’argomento. Al suo interno, 2 settimane fa, c’era un articolo molto interessante sul fatto che i fondi di caffè – che noi tutti buttiamo via (chi nella spazzatura, chi nel lavandino, a seconda della scuola di pensiero) – possano in realtà essere riutilizzati come fonte d’energia combustibile.

Che molti prodotti vegetali possano produrre biocombustibile non è una novità. La biomassa necessaria per produrre il biocombustibile deriva spesso da residui di colture agricole, potature, scarti di mercati ortofrutticoli e lavorazioni di falegnameria, dalla frazione “umida”, insomma, dei rifiuti solidi urbani, residui organici di stalle, allevamenti e industrie alimentari ecc. Ma sempre più spesso, si coltivano piante appositamente, come la canna da zucchero e la soia, per ottenere la preziosa biomassa.

Il problema con queste colture sta nella diminuzione di altre dedicate alla produzione di cibo. Con l’aumento di semine volte a soddisfare il crescente bisogno di biomassa è diminuita la produzione di prodotti agricoli per esportazione, soprattutto nei mercati emergenti. Il risultato è stato un ulteriore aumento dei prezzi per prodotti alimentari basilari quali il frumento e il mais. Per molti poveri, soprattutto urbani, in paesi in via di sviluppo, più biocombustibile spesso si traduce semplicemente in prezzi più elevati per alimenti nei mercati locali. Fino a 3 volte più cari, confessa la stessa Banca Mondiale.

La scoperta che i residui di caffè potrebbero sostituire biocombustibili ordinari è ottima. Da un lato, ci spiega The Economist, la lavorazione è piuttosto semplice quando paragonata alle altre biomasse. I resti di caffè generano fino al 15% del loro peso in biocombustibile: per produrre 1 gallone (3.7 litri) di combustibile ne occorrono pertanto 19-26 kg. Dall’altro, il costo è piuttosto ridotto, ed è pari a $1 per gallone circa (e siamo solo nelle fasi di ricerca iniziale: l’attivazione di economie di scala diminuirà ulteriormente il prezzo). Infine, l’odore generato dalla combustione dei residui è un piacevole aroma di caffè, a differenza dei biocombustibili a olio, che fanno puzzare tutto di fast-food.

Che aspettiamo? Data la quantità di caffè che già ci beviamo in Italia, potremmo essere il primo paese al mondo che può vantarsi di essere veramente dipendente da quell’espresso bevuto di prima mattina…!





Una Buona Guida

12 03 2009
courtesy: ♪ tengo gusto de sueños ♫ @ Flickr

courtesy: ♪ tengo gusto de sueños ♫ @ Flickr

Direttamente dall’ottimo blog di Jot Down:

E se un giorno qualcuno si prendesse la briga di raccogliere e pubblicare dei giudizi scientifici sui prodotti che utilizziamo tutti i giorni? Quante e quali sostanze chimiche contengono? Per la loro produzione sono stati sfruttati dei lavoratori? Che impatto hanno sull’ambiente? GoodGuide (attualmente ancora in beta version) è la risposta a tutto questo. Oltre 60.000 valutazioni di prodotti d’uso comune come giocattoli per bambini, articoli per la cura e l’igiene del corpo o la pulizia della casa, analizzati accuratamente da un team di esperti, (inizialmente riuniti in un progetto di ricerca dell’Università di Berkeley)  a servizio di quest’azienda indipendente “ForBenefit”, sotto la direzione di Dara O’Rourke. La missione di GoodGuide: aiutarci ad individuare tra i prodotti presenti sul mercato quelli più sani e meno dannosi per noi e per il nostro pianeta.

Se ne volete sapere di più, leggete la recensione del sito su TreeHugger e un’intervista al fondatore O’Rourke su Wired US.





Innovazione e collaborazione per battere la crisi economica

18 09 2008

Judy Estrin scrive su The Globalist di questa settimana un interessante articolo su come innovazione e collaborazione possano aiutare a battere la crisi economica e finanziaria che stanno travolgendo l’America e tutto il mondo.

Innovazione e collaborazione sono anche alla base di molte iniziative, tra cui Innovation Ventures, di cui parla l’autore di Tipping Point Malcolm Gladwell in un articolo del New Yorker di qualche mese fa. Innovation Ventures è una collaborazione tra Nathan Myhrvold, Lowell Wood, Bill Gates ed un nutrito gruppo di scienziati con diverse aree di specializzazione, che sta registrando migliaia di nuove patenti ogni anno, principalmente in ambito scientifico e tecnologico:

“Quant’è utile riunire un gruppo di persone veramente intelligenti in una stanza per scambiarsi idee? Quando Myhrvold dette avvio al progetto, le sue aspettative erano modeste. […] Ma nell’agosto del 2003, Innovation Ventures organizzò la sua prima sessione d’invenzione, e fu una rivelazione. […] All’inizio I.V. sperava di registrare 100 nuove patenti all’anno. Al momento, ne sta registrando 500, ed ha 3000 idee che aspettano di essere registrate”.

Innovazione e collaborazione sono ovviamente alla base anche delle soluzioni che aspettano di essere identificate a livello sociale e ambientale. Charles Leadbeater ha pubblicato un libro sul tema, We Think, di cui ho gia parlato, e che è stato presentato recentemente all’Hub di Londra. Ed è ovviamente alla base del Social Innovation Camp, che lancia in questi mesi il suo secondo appello per idee innovative che possano aiutare a risolvere problemi sociali o ambientali attraverso Internet.

Una metodologia che stiamo pensando di approfondire attraverso l’organizzazione di Hub Innovation Labs, weekends che riunieranno le menti più dinamiche del mondo dell’innovazione sociale. Vi terrò informati su futuri sviluppi.

[immagine: Courtesy of The New Yorker]