Cameriere? C’è della benzina nel mio caffè!

16 03 2009
courtesy: FotoAntologia.it via Giovanni Savastano

courtesy: FotoAntologia.it via Giovanni Savastano

Se mai siete incuriositi dal mondo della tecnologia applicata a soluzioni sempre più innovative alle sfide ambientali che ci circondano, The Economist pubblica ogni 3 mesi Technology Quarterly, una rassegna fondamentale sull’argomento. Al suo interno, 2 settimane fa, c’era un articolo molto interessante sul fatto che i fondi di caffè – che noi tutti buttiamo via (chi nella spazzatura, chi nel lavandino, a seconda della scuola di pensiero) – possano in realtà essere riutilizzati come fonte d’energia combustibile.

Che molti prodotti vegetali possano produrre biocombustibile non è una novità. La biomassa necessaria per produrre il biocombustibile deriva spesso da residui di colture agricole, potature, scarti di mercati ortofrutticoli e lavorazioni di falegnameria, dalla frazione “umida”, insomma, dei rifiuti solidi urbani, residui organici di stalle, allevamenti e industrie alimentari ecc. Ma sempre più spesso, si coltivano piante appositamente, come la canna da zucchero e la soia, per ottenere la preziosa biomassa.

Il problema con queste colture sta nella diminuzione di altre dedicate alla produzione di cibo. Con l’aumento di semine volte a soddisfare il crescente bisogno di biomassa è diminuita la produzione di prodotti agricoli per esportazione, soprattutto nei mercati emergenti. Il risultato è stato un ulteriore aumento dei prezzi per prodotti alimentari basilari quali il frumento e il mais. Per molti poveri, soprattutto urbani, in paesi in via di sviluppo, più biocombustibile spesso si traduce semplicemente in prezzi più elevati per alimenti nei mercati locali. Fino a 3 volte più cari, confessa la stessa Banca Mondiale.

La scoperta che i residui di caffè potrebbero sostituire biocombustibili ordinari è ottima. Da un lato, ci spiega The Economist, la lavorazione è piuttosto semplice quando paragonata alle altre biomasse. I resti di caffè generano fino al 15% del loro peso in biocombustibile: per produrre 1 gallone (3.7 litri) di combustibile ne occorrono pertanto 19-26 kg. Dall’altro, il costo è piuttosto ridotto, ed è pari a $1 per gallone circa (e siamo solo nelle fasi di ricerca iniziale: l’attivazione di economie di scala diminuirà ulteriormente il prezzo). Infine, l’odore generato dalla combustione dei residui è un piacevole aroma di caffè, a differenza dei biocombustibili a olio, che fanno puzzare tutto di fast-food.

Che aspettiamo? Data la quantità di caffè che già ci beviamo in Italia, potremmo essere il primo paese al mondo che può vantarsi di essere veramente dipendente da quell’espresso bevuto di prima mattina…!

Advertisements




Economist: premiando l’innovazione (più o meno…)

15 12 2008
Jayachandran / Mint

Courtesy: Jayachandran / Mint

Scusate le breve pausa, dovuta ad un’overload di viaggi e lavoro. Riprendo con una segnalazione sugli Innovation Awards dell’Economist, che sono stati assegnati la settimana scorsa e sono disponibili in linea sul sito della rivista.

Di particolare interesse per noi di The Hub:

  • il premio Business Process, assegnato a Jimmy (Jimbo) Wales di Wikipedia per la promozione di collaborazioni pubbliche in linea come strumento di sviluppo dei contenuti;
  • il premio Consumer Products and Services, dato a Steve Chen e Chad Hurley di YouTube per aver creato una maniera semplice di condivisione dei filmati;
  • il premio Energy and the Environment, assegnato ad Arthur Rosenfeld per la sua promozione dell’efficienza energetica. Il Dott. Rosenfeld è considerato il padre del movimento per l’efficienza energetica. Ha fondato il Center for Building Science al Lawrence Berkeley National Laboratory ed ha aiutato ad sviluppare – tra le molte cose – sistemi d’illuminazione a basso consumo e software per monitorare il consumo energetico degli edifici.

Meno interessante per me il premio Social and Economic Innovation dato a Bill Gates and Melinda Gates, per la creazione di una piattaforma di supporto alla filantropia. Al di là delle grandi dichiarazioni su “approcci innovativi per migliorare la condizione umana”, l’uso stesso della parola filantropia e i continui richiami nei media a Bill Gates come ad un Rockefeller del XXI secolo mi fanno pensare a quanto di più tradizionale esista.

Certo, con un capitale pari a $37,5 miliardi, la Fondazione Gates ha il potere di trasformare la vita di moltissime persone. Ma la filantropia pura, con le sue elargizioni a fondo perduto, ha anche degli effetti molto negativi, spesso creando cicli di dipendenza che invece di aiutare le persone ed i paesi a liberarsi del giogo della povertà, li rendono sempre più schiavi di una logica mendicante.

Senza abbracciare l’estrema posizione di chi pensa che i mercati ci risolveranno tutti i problemi (e in questi giorni ne stiamo vedendo l’efficienza!), gli imprenditori sociali operano secondo una logica intermedia ben diversa: innanzitutto bisogna aiutare le persone ad aiutare se stesse. Creare opportunità economiche laddove non ce ne siano. Persuadere gli emarginati e i poveri che non si devono sentire casi da carità, tutt’altro.

Se l’Economist avesse voluto essere veramente innovativo, avrebbe dovuto dare il premio a Jeff Skoll, creatore di eBay, fondatore della Skoll Foundation for Social Entrepreneurship e di innumerevoli altre iniziative di sostegno all’imprenditoria sociale che – con il capitale di Bill Gates – potrebbero veramente cambiare il mondo!





Finanziamenti per imprese sociali

14 09 2008

Ho appena scritto un articolo per il blog di Vita su come varie imprese sociali nel mondo stiano esplorando nuovi canali di finanziamento per le loro attività. Lo copio qui sotto (ma in inglese perchè ahimè non ho tempo di tradurlo in italiano). Buon fundraising!

For those of us running social enterprises or aspiring to set one up, the first challenge – often bordering on nightmare – is of course financing. So far, social ventures have relied on combination of grant and debt financing, which is often very time-consuming and unsustainable. But things are slowly changing, and many social enterprises across the world are breaking new ground in the way they resources their work.

Read the rest of this entry »