Designers, ergo, innovatori sociali

1 06 2009

Dona McAdams, They're juggling our genes

The main activity of designers will be as social innovators“, parola di Ezio Manzini in un intervista/evento organizzata da o2NYC , meno di un mese fa, dal titolo “Sustainability: The Exit Strategy. Small, local, open and connected. An Evening with Ezio Manzini”.
Nella sua relazione, Ezio disegna una exit strategy per conscious designers pronti ad “offrire soluzioni per il cambiamento climatico, ridurre l’impatto dei materiali, ideare strumenti di design per una società migliore”. Parole chiave della conversazione sono il movimento del green design, quello dello Slow food, il ruolo dei designer per incidere nei processi di social innovation.
In particolare su quest’ultimo punto, Ezio sostiene che, a differenza delle trasformazioni guidate da scienziati, economisti, realtà del terzo settore e privati, i “designed systems” si rivelano più forti e replicabili. I designers trasformano le idee in pratica: l’obiettivo è trasformare i prototipi in prodotti. (“The role of designer then shifts from making things into mass produced consumer objects, to shepherding local sustainable practices into wider mainstream society”).
Nell’era dei network, il fenomeno dell’innovazione sociale è generato dagli attori del cambiamento coinvolti “direttamente” nella risoluzione dei problemi. I designers dovrebbero creare le condizioni affinchè le collaborazioni e l’agire collettivo risultino possibili ed efficaci:we create the conditions, not the solution“.
Nell’economia sociale questo dovrebbe essere il lavoro principale dei designer, e non relegato ad attività e momenti di volontariato.
Lo scenario è in cambiamento, e le evidenze non mancano: il Social Innovation Fund e l’Office of Social Innovation in USA; il riconoscimento ufficiale da parte della UE nel definire l’innovazione sociale quale asset strategico per uno sviluppo sostenibile, l’attenzione dell’accademia, (vedi post su questo blog); i principi del co-working, del social business basato sulla condivisione delle conoscenze e dei processi.

La social innovation parte da piccole sperimentazioni  a livello locale, per poi diffondersi nei territori “Now is the time. We need radical change; increasing consciousness is not enough

Advertisements




La social innovation nelle stanze dei bottoni

15 03 2009

euDa fine gennaio 2009, la social innovation è entrata – almeno sulla carta – nelle “stanze dei bottoni” con l’istituzione del’Office of Social Innovation del Predidente Obama ed una nuova spinta da parte del Presidente Barroso verso un binomio innovazione strategica-obiettivi sociali.

Un“Office of Social Innovation” alla Casa Bianca, un incontro di due giorni tra il Presidente Barroso e diversi commissari per ripensare come l’Europa possa sostenete e accelerare la social innovation.

Come ricordato dalla Young Foundation in un recente post: la Danimarca ha da tempo apportato innovazioni all’interno dei dipartimenti governativi (politiche sociali, industria); in Italia è stata istituita Banca Prossima, la banca per  le imprese sociali; in Australia e Nuova Zelanda sono attivi i centri di ricerca per la social innovation; la Spagna sta avviando la “Social Silicon valley” (per approfondire vedi l’articolo del The Guardian); in Korea, l’Hope Institute mette in contatto via web le idee dei cittadini con le istituzioni governative.

Geoff Mulgan, direttore della Young Foundation, afferma che la crisi economica ha favorito l’ingresso della social innovation nell’economia “mainstream” in particolare su temi legati alla creatività sociale, al cambiamento climatico, alle “hyperdiverse cities”. Lo stesso Mulgan fa parte del gruppo di 38 consulenti esterni per la Social Agenda della Commissione Europea , avviata da Barroso il 2 luglio 2008. Eccone un rapido elenco (circa la metà sono donne):
–    2 referenti della Young Foundation in UK,
–   1 della Mindlab danese  (società di consulenza per soluzioni innovative per la pubblica amministrazione),
–    il vice prediente della BEI (Banca Europea degli Investimenti),
–    1 dalla belga Business Europe,
–    1 della Rural Voices of Youth, rappresentante UNICEF in Bulgaria,
–    il direttore della Social Platform,  a capo di un network di ONG a livello europeo,
–    2 referenti dell’associazione sportiva francese SIEL Bleu,
–    l’impresa sociale
per i servizi alla persona In Control, in UK,
–    l’imprenditore sociale tedesco Franz Dullinger, ora in Ashoka,
–    il direttore della belga European anti-poverty network (network di nonprofit e ONG per la lotta alla povertà),
–    il presidente di Caritas Europa,
–    la European Trade Union Institute,
–    2 referenti di Cisco Systems, UK,
–    la think thank francese Notre Europe,
–    e quella internazionale (di cui fa parte, tra i promotori, anche Giuliano Amato) Policy Network,
–    Social Innovation Camp,
–    Andrea Muccioli, Comunità di San Patrignano,
–    AGE Platform, iniziativa per la tutela dgli anziani,
–    L’Osservatorio Sociale Europeo,
–    La Charles University di Praga,
–    La Freiss Ltd, società di consulenza in UK
–    La estone Health Estonian Foundation,
–    La University Aix di Marsiglia,
–    La BARKA Foundation for Mutual Help in Polonia,
–    La FEANTSA, (European Federation of National Organisations Working with the Homeless),
–    La referente portogherse del programma EQUAL,
–    L’European Youth forum,
–    Il think thank belga sulle politiche europee, Bruegel,
–    La European’s women Lobby,
–    Il CEO dell’iniziativa pilota europea Second Chance School,
–    L’Euroean Policy Centre EPC,
–    La European Trade Union Confederation (ETUC),
–    L’European Economic and Social Committee della Commissione Europea
.

I paesi rappresentati sono: Gran Bretagna (7), Danimarca, Belgio (con più organizzazioni lobbistiche ed iniziative comunitarie), Bulgaria, Francia (3), Germania, Italia, Repubblica Ceca, Estonia, Polonia, Portogallo.

Sarà interessante monitorare la”task force” europea e le future evoluzioni dell’Office americano. Nel mentre, scriviamo ad Andrea Muccioli ed a Giuliano Amato per un appuntamento no?!





Note da Tällberg

1 07 2008

Dal 26 al 29 giugno, l’Hub si è unito a decine di pensatori e leaders da 70 paesi diversi che si sono recati a Tällberg, in Svezia, per dare una risposta alla domanda: “Come possiamo vivere insieme? Alla ricerca di un significato comune”. Al cuore delle discussioni intavolate, le sfide globali che – secondo i promotori dell’evento – emergono dalla crescente sconnessione tra uomo e natura.

Durante l’evento, gli organizzatori hanno riflettuto su come creare sistemi che portino ad una maggiore sostenibilità globale in tutti i settori di rilievo: i governi, le instituzioni globali, la società civile, i mercati finanziari, il settore del business, la filantropia e la tecnologia informatica.

Il messaggio che è uscito da queste conversazioni: business-as-usual non basta. Piccole modifiche a questo sistema economico globalizzato ancorato al petrolio, con i suoi sistemi di governance vecchi 50 anni legati ad un concetto di stato-nazione antiquato, non sono sufficienti. Il mondo ha bisogno di nuove soluzioni, radicate nell’interdipendenza che ci lega e promosse da una leadership coraggiosa e integra.

Secondo la Fondazione Tällberg (ma anche per noi dell’Hub), nuove idee stanno sorgendo tutt’intorno a noi. Si tratta di aiutarle a prendere il volo, rompendo quegli schemi che ne soffocano il nascere. Eventi come quello dello scorso fine settimana sono chiave per consentire a nuove idee di nascere. Spazi come l’Hub sono necessari alla loro crescita e al loro sviluppo.





Il welfare che verrà… forse

10 06 2008

VITA, la rivista dedicata al terzo settore, pubblica questa settimana un inserto intitolato “Il welfare che verrà”. Il libretto traduce innanzitutto i risultati di una ricerca del think tank britannico Demos sui recenti esperimenti che nel Regno Unito sono stati condotti dal governo per migliorare il sistema del Welfare State. Inoltre, offre alcune considerazioni sull’aplicabilità di queste innovazioni al contesto italiano, con articoli di Johnny Dotti e Stefano Zamagni.

L’esperimento in questione è quello del Personal Budget Holder, che presuppone il trasferimento del budget statale destinato a ciascun beneficiario direttamente al suo conto corrente bancario. In questa maniera,

le persone possono decidere in che maniera spendere le risorse, accedendo a soluzioni personalizzate che garantiscano loro una migliore qualità di vita”.

In totale, l’esperimento ha coinvolto nel 2006 circa 43mila persone, un numero ancora piccolo se si considera tutta la popolazione britannica, ma in crescita rispetto all’anno precedente. Questo sistema non ha solo permesso, secondo questo studio, di rompere la tradizionale burocratizzazione del welfare controllato dal centro, ma anche di influenzare la maniera in cui le persone si relazionano ai servizi sociali, con maggiore responsabilità, fiducia e ottimismo. Alla fine, gli utenti sono più soddisfatti, e le soluzioni più a misura. E lo stato ci risparmia pure, tra il 10 ed il 15% secondo gli autori dello studio.

Al centro del dibattito c’è l’innovazione sociale. Riccardo Bonacina sottolinea che l’innovazione è un elemento cruciale per far evolvere i sistemi di welfare verso sistemi più sussidiari – e quindi più efficienti e più rispettosi della libertà dei cittadini. Ed innovative sono le metodologie adottate dal governo britannico per risolvere la spinosa questione della riforma del Welfare State. D’altro canto, Johnny Dotti sottolinea il fatto che

l’innovazione del Welfare deve passare anche e soprattutto da un investimento sul capitale sociale, cioè sulle relazioni”.

Un dibattito ancora molto aperto, ma certamente importante oggi in Italia.